La poesia come difesa dei diritti umani fondamentali: poetesse campane per l’uguaglianza, la libertà e la pace
La poesia diventa unica voce quando il mondo fa esperienza della brutale interruzione della pace e della solidarietà umana. Nel momento storico che stiamo vivendo, segnato dall’irrigidirsi del dialogo e dalle pericolose minacce di guerra, le poetesse campane superano lo spazio delle parole attraverso una matrice di commistione fatto di individuale e collettivo per ritrovare il significato originario della sorellanza, contribuendo all’accrescimento del vitale, qualità che ne costituisce la cifra essenziale.
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Rosanna Bazzano
Squaderno
la strada
e tutto si fa insolito,
scopro purgatori
di cave bianche
e nuvole secche
che si sollevano
in compassionevoli
nebbie.
Il sole le arrende,
impietoso
le mostra:
uteri aperti
sui fianchi ancora verdi,
dove si consuma
lo stupro della terra.
Abbiamo rovesciato
il mandato,
la legge inadempiuta
e corrotta,
sacrificio vogliamo
non misericordia.
(Inedito)
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Monia Gaita
C’è sempre chi rovescia il tavolo delle trattative,
una linea del fronte violata dove la tregua non scatta
e i negoziati di pace annegano sepolti nelle armi.
Nessuna benedizione delle salme, nessuna cerimonia funebre.
I morti uccisi vengono sotterrati senza nome nei giardini
o invocano con gli occhi spalancati la revoca del buio.
I resti ossei marciscono sotto le batterie dei droni
e la minaccia fa tappa nell’afflizione dei rifugi.
Le case stanno col corpo esposto alle ferite,
guardano la speranza sgretolarsi con tutti i suoi pilastri.
La gioia chiude le linee del credito
bloccando l’accesso a un ulteriore prestito.
I governanti bugiardi con il sostegno delle banche
inquinano gli schermi.
Vanno in frantumi i distinguo:
Chi è l’aggressore e chi l’aggredito?
La crisi del bene non risparmia nessuno,
le iniquità non fanno registrare un’inversione di tendenza.
Le minoranze svantaggiate continuano a versare
in una congiuntura sfavorevole
e la giustizia viene scossa da forti agitazioni.
Il sole è diventato freddo.
I raggi gracili arretrano, sfrattati senza meta dalle strade.
La sindrome dell’emarginazione segna i passi.
La spregiudicatezza
che avrebbe dovuto rimettere il mandato
si colloca con duro colpo di mano ai posti di comando
mentre i perché crescono storti
senza risposte e senza grano
sulle tombe.
(I governanti bugiardi – Inedito)
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Antonietta Gnerre
Credo nel pane della vita e in quello della rinascita.
Nella forma che si abbraccia di nascosto all’alba,
come una preghiera che sa attendere.
Credo negli esseri felici, quelli che insegnano a sorridere,
a guardare con ammirazione un animale nel bosco.
A piangere di gioia per il salto dei pesci nel mare.
Io amo tutto il pane che è stato impastato
dalle donne della mia famiglia.
Credo nel pane dei secoli
come una promessa d’amore con la terra,
con le montagne, con il mare.
E cammino nei giorni di pioggia
e in quelli del sole come se fossero
gli ultimi giorni di questo mio viaggio.
Credo nell’odore del pane
quando mi riporta indietro per salvarmi
e diventa rendimento di grazie.
Ora c’è vento in quel giorno di primavera,
c’è il primo bacio in quel giorno lontano di una calda estate.
Un impegno importante nell’autunno del mio compleanno.
Rivedo la neve alta nell’inverno che si allontana.
La forza di seguire il suo profumo è la moltiplicazione
delle gioie vissute.
(da Quello che non so di me, Interno Poesia, 2021)
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Francesca Moccia
Si tratta la vita oltre il gioco oltre i mantra materiali.
La pace è assieme dolorosa e tiepida.
Riepilogo per le tue preghiere.
Gravido il cielo di nubi e pioggia.
A scalare il vento più furioso non fa dormire.
Lamento interno cerchia l’altro in comunione
si ritrova la stessa forma la capacità di Vita.
(Inedito)
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Rita Pacilio
Capiterà a tutti di essere una boa
in mezzo al mare, una boa
dalla forma di pesce supino
dalla voce umana con braccia di violino
al posto delle branchie l’anima
spugna polposa e fili d’erba i capelli.
Si diventa così quando si va via
un nome senza nome
rimasto tra le palpebre e la mente
giovinezze disperse in un altro viaggio.
Quando anche le viscere svuoteranno
residui della traversata
resteranno bucce vuote
involucri rancidi, mezzi sorrisi,
il seno ormeggiato.
Questo siamo quando lasciamo
una casa, un fiore, chi abbiamo amato.
Capiterà a tutti di essere una boa
in mezzo al mare, pesci, uccelli dal ventre tremante.
(da Prima di andare, La Vita Felice, 2016)
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Eleonora Rimolo
Il mare qui è un composto semplice, arancio
liquefatto nell’atmosfera, gas che annega
e brucia tutto: questo è l’odore di un’altra
vita, cresciuta al margine di una memoria non mia,
aliena fantasia di un attimo che sposta l’asse
mutando sogni e pianeti, senza distanza.
A volte lo sento in uno svoltare di strada,
appartiene a un passante, al suo stare
in un giorno reale: forse sono tornati
davvero gli dèi e tu non senti più il vuoto
nella pancia ma profumi di miti, stagioni
immortali, eroi che travasano la superficie
nel nero abissale e saltano, di nuovo, per amore.
(da Prossimo e remoto, pequod, 2022)
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Anna Ruotolo
Avrai notato che ovunque si prega
non da sempre – da oggi.
O da poco fa. Un paio di mesi.
Avrai notato che il cielo
è frastagliato e ovunque si spacca
e in questi tubi fluorescenti
di nubi che attraversano una linea
trasparente
da ogni terreno fino al cielo
girano sostanze che nessuno può toccare.
“Perché nasca bene…”
“O Signore, salvami da quest’ora”
“Tienimi la mano”
“Dammi la capacità di dire tutto
stanotte. O almeno di dire tutto.
Una volta. Una volta”
Sono proiettili che forano l’universo.
È che quando ogni desiderio cade da noi
qualcuno ci spinge a ributtarlo in alto.
Il lancio, l’ultima via.
Perciò si prega con la testa alzata.
E le mani aperte.
Ovunque.
Ognuno con la sua propria pietra
sul suo cuore.
(da Prodigi, peQuod, 2023)
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Elisa Ruotolo
Esiste per noi una sola domenica
allora smettiamo il rigore del gesto utile
e l’esilio allenta il peso della rovina.
Non più cene di pane randagio
o ipotesi d’avvenire lungo ore assolate
non più fatica affamata nel mordere
l’ozio o dita curiose
d’acerbità.
Nella domenica di vita
quando abbandoniamo la prosperità
dell’edificato
quando il culmine dell’opulenza comanda
il distacco lasciamo culle ove il domani
– la nostra eternità filiale e tradita
ancora dorme e aspetta.
La dimora trema, si scuote alle radici
e noi, già disamorate dai luoghi
già scacciate o straniere all’odore di famiglia
svuotiamo i cuori e il mobilio
perché ciascuno pesi
abbastanza.
È tutto uno sbattere di usci, un rovistare
nella chincaglieria provvisoria
tutto un divorare – come se la sazietà non passasse
per la cruna del corpo
e la miseria non fosse un’attesa.
Fuori il nuovo è mansueto
nel contenere il lupo
e la favola – il legno e la sua santa gioia
crocifissa.
Fuori è freddo di casa in dilanio
mani che afferrano un angolo – ancora umile
di cose incerte, irrelate.
Fuori è un altare senza cera che bruci
è un canto sospeso
un’urna da cui risorgere
l’ingiuria di un freddo che non sa farsi grembo.
Fuori è verità che muta
cibo consumato per sempre
patria da addomesticare
balocco che si disfa e non dura per tutta
la giocata.
La Città Nuova è lì, tra le nebbie e l’indeterminato
si distingue appena e a vederla sono in pochi.
Non scuote i suoi rami amari, non implora miracoli
non promette un bene facile
resta ferma sotto il sole
come un dio che chiama.
Ascoltate, ascoltate tutte
arriva dal vento un richiamo senza pace
una danza che non può finire
e resiste ai fuochi, alle ulcere dei giorni
al maneggio incauto di ogni lama.
Non c’è fine che contenga tregua
solo un inquieto rinascere e risorgere
si leva alto dalla terra in secca
sale dalle frasche prosciugate e dai rivoli in ristagno
dalle bestie agguantate nella corsa
o nelle ore nuziali.
Voliamo via da ogni protezione manomessa
col miele divorato
le ali in fatica e il dubbio di non arrivare
alla periferia del tempo
oltre il giardino che è immortale
ed è l’amore
ed è la vita.
(La sciamatura da Alveare, Crocetti, 2023)
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Rossella Tempesta
Nel mondo notturno
sto con i miei morti
che sono in quello ben vivi.
Hanno problemi, li affrontiamo insieme
mi prodigo per aiutarli,
trovare delle soluzioni,
Ne ho cura.
Quindi con la morte non finisce, l’amore.
Quel flusso passa
da questo mondo a quello.
Così, vivo due vite.
E mi sveglio
che ho già avuto
un gran da fare.
Loro invece, forse,
di giorno si riposano dalla vita, questa.
(Inedito)
Foto di Roland Mey da Pixabay
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