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Sembra arabo e invece è pisano volgare: l’abbreviazione “da sms” in un documento del Trecento

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Da oltre 30 anni circolano i messaggi spediti dai telefoni cellulari, oggi smartphone. Una massa enorme di interazioni: circa 100 miliardi nel 2020 solo su Whatsapp, che se li avesse scritti una sola persona ci avrebbe impiegato circa 74 anni. Ma il tempo impiegato per scrivere un messaggio – in media cinque secondi – potrebbe essere anche più alto, se non fossero state “inventate” le abbreviazioni – sempre esistite e razionalizzate dalla stenografia nel XIX secolo – che però mantengono il suono della parola.

Queste esistono in ogni lingua, ma si possono indicare le più note in inglese, come tonite (che significa tonight, cioè stanotte), oppure CU (cioè see you, ci vediamo), e ancora 4U (for you, cioè per te), oppure asap (as soon as possible, prima possibile), me2 (Me too, anche io) e via così. Ovviamente ci sono abbreviazioni molto comuni anche in italiano – basta pensare alle volte che da una parola facciamo sparire le vocali oppure le consonanti ch diventano k per sfruttare il suono duro – e siamo tutti portati a credere che queste contrazioni della scrittura, che tuttavia inducono alla pronuncia fonetica di una parola, dipendano dall’utilizzo dei telefonini e quindi siano un “prodotto” recente. Le cose non stanno così, perché sei secoli e mezzo fa i cellulari non esistevano, ma questo sistema di scrittura-lettura era già in uso.

Già studiati da Michele Amari – ministro della Pubblica Istruzione dell’appena nato Regno d’Italia – a metà dell’Ottocento, nell’Archivio di Stato di Pisa è conservato un gruppo di 77 testi di epoca compresa tra il XII e il XIV secolo, appartenenti al Fondo Diplomatico cartaceo – Atti pubblici; 37 di questi documenti sono scritti con grafia araba e 40 con grafia latina, di cui nove in volgare. Si tratta di documenti, giunti nell’Archivio pisano nel 1869, attestanti i rapporti tra Pisa (a quei tempi era Repubblica marinara) e le autorità di Tunisi e l’Emiro di Fez (in pratica gli attuali Marocco e Maghreb) e che vanno dal 1186 e il 1397.

Uno dei documenti in arabo – datato 10 giugno 1366 – attrasse subito la curiosità degli arabisti perché in effetti pareva essere un’accozzaglia di simboli senza senso; tuttavia nel momento in cui furono letti i fonemi che quei simboli richiamavano, già nel 1863 Amari si accorse che si trattava di volgare pisano del Trecento, quindi perfettamente comprensibile dai mercanti della Repubblica Marinara. In pratica l’estensore del documento – che doveva conoscere sia l’arabo, sia il pisano antico – tradusse in segni arabi il suono delle parole dell’idioma toscano, un po’ come fanno i ragazzi (e non solo loro) con le abbreviazioni e contrazioni delle lingue moderne, ma scritte sui propri smartphone. “Si tratta di un solo documento che presenta queste caratteristiche – dice Jaleh Bahrabadi, direttrice dell’Archivio di Stato pisano -, ma sul perché e sull’utilità di una simile iniziativa, ancora non vi è alcuna certezza: probabilmente doveva trattarsi di sistema a garanzia della comprensione di ciò che il documento riportava”.

In effetti lo scopo di questi documenti – in larga parte concessioni che offrivano protezioni, garanzie ed esenzioni – era la tutela delle persone e degli averi dei mercanti e di tutti gli altri pisani che operavano nelle terre dei regnanti arabi. Attraverso questo documento si ha un’idea ben chiara degli insediamenti mercantili pisani nel Nord Africa, ovvero dei fondaci, ognuno dei quali poteva avere la chiesa (che molto spesso era intitolata a Santa Maria Assunta), il cimitero, il bagno pubblico, il forno per la panificazione, le case, il tutto racchiuso dentro le mura. Sempre grazie a questa straordinaria documentazione giunta sino a noi, si sa che a metà XIII secolo Pisa aveva fondaci in territori che oggi corrispondono a Tunisia, Algeria e Libia e ciò ha portato anche alla diffusione in volgare di una serie di parole d’origine araba, ma ormai d’uso comune in italiano, come lo stesso fondaco, e poi dogana, califfo, emiro, sceicco, turcimanno e darsena. Inoltre in ogni documento Pisa rimarcava che il proprio potere si estendeva in varie zone del Mediterraneo, e cioè nell’Arcipelago Toscano, nella Sardegna e nella Corsica.

Ma le sorprese non sono finite. Soprattutto i documenti più antichi facenti parte di questo gruppo di carte antiche, testimoniano un fatto importante: che gli arabi avevano imparato a produrre la carta e a farne largo uso un paio di secoli prima di quanto sarebbe avvenuto in Europa. Tra quelle carte, infatti ve ne sono due – datate 10 luglio 1157 e 15 novembre 1186, vergate su carta. Anzi il primo – una sorta di dichiarazione con la quale il Principe di Tunisi conferma l’antica amicizia con tutto il popolo della città di Pisa – è un costituito da una serie di “pagine” scritte in arabo – e recante la traduzione sottotitolata in latino – attaccate l’una all’altra a formare un unico, lungo rotolo che ricorda quelli della Torah ebraica. La cosa sorprendente è che la produzione in serie di carta di cellulosa alle nostre latitudini sarebbe iniziata solo alla fine del XIII secolo, rimpiazzando la pergamena (carta ottenuta da pelli animali), tavolette di cera e cose simili.

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