Mojoli, medici e infermieri lo difendono in una lettera
PAVIA. Una lettera, inviata al San Matteo e all’Università, per esprimere la loro «stima e vicinanza» a Francesco Mojoli, 52 anni, il primario della Rianimazione 1 che a dicembre ha patteggiato due anni per violenza sessuale su 11 specializzande. Per questa vicenda Mojoli è stato sospeso dall’Ateneo, che gestisce il reparto in convenzione con l’ospedale, in attesa dell’esito del procedimento disciplinare.
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La lettera è sottoscritta da 31 firmatari: sono medici, infermieri e specializzandi che lavorano o hanno lavorato nel reparto. Sostengono di non essere «mai stati testimoni di alcun comportamento scorretto o inadeguato – si legge nella lettera, mandata al rettore e al direttore generale dell’ospedale –. Questo molti di noi hanno già avuto l’opportunità di dichiararlo in sede legale e vorremmo che le nostre dichiarazioni venissero prese in considerazione dalle istituzioni».
Ma si sentono anche «offesi dall’esser stati indicati come osservatori passivi di atti molesti o importuni. Abbiamo inoltre sempre vissuto e promosso un ambiente lavorativo sereno e collaborativo, anche in questi tempi difficili».
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La vicenda
I “tempi difficili” a cui i firmatari si riferiscono sono i mesi in cui Mojoli è rimasto al suo posto, come primario, da indagato: la procura gli contestava un lungo elenco di episodi di molestie ai danni delle specializzande, avvenuti durante le ore di lezione del corso di specializzazione dell’anno 2019/2020 e durante la spiegazione di alcuni esami diagnostici.
Episodi emersi dai racconti delle specializzande (sette si erano costituite parte civile), che avevano risposto a un questionario anonimo su quel corso e avevano poi sottoscritto quei racconti davanti ai carabinieri. «Abbiamo lavorato per anni con lui apprezzando le sue qualità umane e scientifiche – si legge ancora nella lettera –. Ammirevole è stata la sua capacità di mantenere un buon clima di lavoro, una attività scientifica instancabile e l’eccellenza del reparto da lui diretto in due momenti estremamente difficili». Uno è la pandemia da Covid, l’altro, appunto, è quello più recente «delle traversie personali e giudiziarie».
I firmatari dicono di comprendere «le ragioni alla base della scelta del patteggiamento, che pur rappresentando un sacrificio notevole permette di contenere i danni e la durata dell’esposizione mediatica negativa per lui, la sua famiglia, le istituzioni e tutti noi che ci lavoriamo. Ci auguriamo – si chiude la lettera – per lui e per noi che la sua attività lavorativa possa proseguire inalterata dopo questa brutta esperienza per tutti».
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Il patteggiamento
Mojoli è stato sospeso dall’incarico alcune settimane dopo la sentenza di patteggiamento, diventata definitiva i primi di gennaio. «Ma il patteggiamento – precisa l’avvocata di Mojoli, Maria Teresa Zampogna – non è una sentenza di condanna in cui si dichiara la colpevolezza, bensì una chiusura anticipata del processo, prima del rinvio a giudizio, a seguito dell’accordo tra imputato e pubblico ministero.
Nel nostro caso il giudice si è limitato a recepire l’accordo, ritenendo corretta la riqualificazione dei fatti in minore gravità e la pena, senza l’accertamento dei fatti». L’avvocata richiama la riforma Cartabia sull’effetto del patteggiamento sui procedimenti disciplinari: «Non ha efficacia e non può essere utilizzato a fini di prova nei giudizi civili e disciplinari. Del tutto illegittima è quindi la tardiva sospensione cautelare dell’Università, a procedimento concluso».
