Dalla torta a sorpresa per Enzo Biagi al premio Nobel Annie Ernaux: 25 anni di pordenonelegge-story
L’alba letteraria di tutte le albe della Destra Tagliamento richiama il senso di progresso e la fonte di conoscenza del monolite dell’Odissea cinematografica di Kubrick. E difatti nel Duemila, in quella terra pordenonese a decisa trazione economica — definita non a caso la Manchester d’Italy — fu lanciato in aria un libro, simbolo di una libertà che nell’anno del venticinquesimo, in questo 2024, diventa una sfida/insegna/speranza all’utopia dei pensatori.
pordenonelegge, scritto con la p minuscola, ha sempre narrato l’attraversamento storico del momento senza innalzare proclami, bandiere, titoli, raccogliendo il meglio del mondo che ben si adatta al racconto della vita, sfoggiando soltanto immagini d’impatto emotivo, ultimamente comprensive di slogan. Geniali. Tutte.
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Fino all’ultima “Sfoglia” che si fa mangiare (con gli occhi). Nulla di più, nulla di meno. Ci alimentiamo di storie, sono il nostro antibiotico più potente che regola il bioritmo e annienta il batterio più fastidioso: la noia.
Se in “Fahrenheit 451” era reato leggere, dal 2000 in poi, nel centro storico di Pordenone, diventò un reato “non” leggere con il neonato Giracittà, un tentativo ben riuscito a cura di Paolo Scandaletti e di Giuliana Variola, di rinvigorire la meditazione della cittadina sul Noncello.
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I film ci consegnano sempre un futuro distopico che raramente poi si avvera. Meno male, valà. Raccogliamo qualche indizio per il nostro piccolo racconto dei cinque lustri di un festival che è l’incontro con gli autori, chiacchiera, passeggio, informazione, un raro momento dell’anno durante il quale infilare in cascina un prezioso sapere buono per l’inverno.
Dicevamo il Duemila. Dal 21 al 24 settembre il pordenonelegge “Giracittà”, che racchiuse con perspicacia il concetto iniziale di Edit-expo, promosso dalla Camera di Commercio dell’allora presidente Augusto Antonucci, occupò il centro storico con una sessantina di ospiti, un cartellone con un punto e con una virgola metà giallo, metà nero.
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Il festival attecchì come un’edera rampicante sui mattoni di una villa dello Yorkshire. Enzo Biagi ebbe il privilegio, per i suoi ottanta compiuti un mese prima, il 9 agosto, di ricevere sul palco una torta a sorpresa, festa inattesa per la prima star della storia di pnlegge a dire la sua senza un vetro davanti, com’eravamo abituati.
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Giustappunto. Come eravamo? Richiamando Sydney Pollack, stavolta. Già vittime del “Grande fratello”, per dirne una televisiva. Forse più sereni di oggi, attendisti, fiduciosi, noncuranti di un Vladimir Putin eletto presidente, ecco, e felici di aver superato il mille non più mille degli iettatori da strapazzo, ma col morbo della mucca pazza alle porte di casa. pordenonelegge.it si sporse sul corso Vittorio Emanuele con tenacia nel 2002, lanciato nel vento da una cinquina di valorosi skipper: Gian Mario Villalta, Alberto Garlini, Valentina Gasparet (tutt’ora i tre curatori colti del presidente Michelangelo Agrusti) assieme allo scrittore Mauro Covacich e alla giornalista Sara Moranduzzo, che ci manca sempre molto.
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Il popolo pordenonese si accorse d’improvviso che qualcosa stava cambiando: il giallo sbatteva sul grigio dei palazzi e li rinvigoriva e dai tre giorni si passò ai cinque perché gli scrittori si azzuffavano per trovare un posto in prima fila. Oh be’, un bel giorno arrivò Umberto Eco, e c’inginocchiammo, uno dei tanti dei dell’olimpo cartaceo, sia chiaro, quindi ci ritrovammo al teatro Verdi Ian McEwan, un tipo inarrivabile per noi che avevamo letto “Espiazione” e un’infinità di penne celebri seguirono il britannico, da Pennac a Zafón e con narratori peninsulari griffatissimi ai quali fa ancora capo l’ottantanovenne Corrado Augias, uno sempre presente, caschi la Terra. Ma quest’anno non ci sarà.
Vogliamo nominare anche il premio Nobel Annie Ernaux? Ci piace farlo. Sarebbe necessario un giornale soltanto per rimarcare la gloria passata per Pordenone in venticinque anni. E nel 2013 fu plasmata la Fondazione — diretta da Michela Zin sul campo di battaglia già dall’atto primo — un’operazione destinata ad arricchire la lanciata rassegna in yellow style con i suoi angeli custodi e la folla che s’accalca. Così le cinque giornate di resistenza letteraria, ancora meno famose delle milanesi, ma col tempo non si sa mai, si modificarono in un respiro profondo lungo 365 giorni.
Il libro, Hemingway, lo considerava «un amico leale», persino il cupo Leopardi annotò che «con un buon libro si passano momenti felici». Quest’anno seicento autori si aspettano un applauso. E noi non saremo scortesi.