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Июль
2022

Ecco cosa succede a umiliare il Carso: se l’altipiano da cuore pulsante diventa bersaglio di incurie e offese

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TRIESTE Le fiamme del Carso arrivano fin quaggiù, nel nord della Spagna. Cammino da giorni su mulattiere e pascoli verdissimi che si affacciano sul mare, ristorato da un fresco clima atlantico, da venti mutevoli, sentendo addirittura freddo la notte, ma il dolore per ciò che sta accadendo a casa mia mi impedisce di godere. Mi annienta. Cammino e piango.

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Scipio Slataper parlava del suo Carso, e anch’io, anche ciascuno di noi, che viva in Italia o in Slovenia, può dire a voce alta e a cuore aperto “Il mio Carso” , può dire “Moj Kras” . Ciascuno di noi può gridare in qualsiasi lingua o dialetto: la mia casa sta andando a fuoco! Il mio petto arde!

Ma il Carso non è più quello di Slataper. «Un paese di calcari e di ginepri» , scriveva, «un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e di licheni» . Scriveva di una terra senza pace: «ogni suo tentativo è spaccato e inabissato». Grotte oscure. Il Carso non è più una pietraia, da molto tempo. Se ne rese conto anche Giuseppe Ungaretti, tornando dopo cinquant’anni, nel 1966, nei luoghi che lo avevano visto soldato durante la Grande Guerra: la pietraia, scriveva, ormai è rivestita dal rigoglio dei fogliami, appare quasi ridente il Carso, «non è più un inferno, è il verde della speranza» .

Ecco dunque: il Carso non è più una pietraia, se lo fosse ancora non brucerebbe. Brucia non solo per la mancanza di piogge. Il cambiamento climatico, certo, è colpa nostra. Ma se il Carso oggi brucia con questa veemenza è per delle enormi colpe che sono nostre e solo nostre, di noi abitanti del confine. Perché non abbiamo compreso, innanzitutto, che non c’è separazione tra città e altipiano: il Carso si insinua nella città, la penetra, la abita, la disegna, la nutre.

E allora bisogna prendersi cura dei boschi di pini neri, e prendersene cura vuol dire diradarli, sebbene piacciano a molti. I nostri saggi antenati sotto l’Impero Asburgico non volevano che noi vivessimo coi pini neri, li piantarono per far evolvere il bosco. Ma loro avevano una visione, noi no. Noi dedichiamo statue al grande forestale Josef Ressel. Sono oltremodo lieto della sua nuova statua sulle Rive, a Trieste. Alcuni di noi la hanno attesa per lungo tempo. Ma sarei più che lieto, sarei felice se di Ressel portassimo avanti la visione. Sì, dobbiamo essere visionari, dobbiamo essere sognatori diurni. Custodire a tutti i costi chi possiede il genio, la luce. I saggi: difenderli come beni preziosi.

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Bisogna prendersi cura della boscaglia che si espande nei pressi delle linee ferroviarie, e prendersene cura vuol dire, ad esempio, sistemare i muretti che corrono lungo i binari. Fare manutenzione, fare pulizia. Perché spesso sono le scintille a provocare gli incendi. Al di là di come sia andata questa volta, è risaputo. È successo anche in Ciceria di recente: incendi lungo la ferrovia. Manutenzione e pulizia, due parole semplici. Meglio spendere uno oggi in prevenzione, che cento domani per un’emergenza. Si chiama buon senso. Mi pare che lo abbiamo perduto.

Bisogna tornare a fare il pascolo, come è stato per secoli. Negli ultimi anni sono sorti dei progetti di ripristino della landa carsica – va bene, ma non basta. Potremmo formare nuovi pastori, sarebbe anche un modo di far lavorare dei giovani. Pastori che non stiano solo dentro terre recintate, ma che spazino sull’altipiano. Pascolare vuol dire anche prendersi cura. Meno vegetazione, meno rischio di incendi.

Bisogna tenere pulite le piste forestali. E i sentieri. Creare “cuscinetti” . Ci sono piste in cui una macchina di servizio non riesce più a passare. Ancora una volta: manutenzione ordinaria. Buon senso.

E poi bisogna rinforzare gli organici della Protezione civile, dei Vigili del fuoco, del Corpo forestale. L’età media avanza e non vengono assunti giovani. Santi e degni i volontari, ma non possiamo pensare di risolvere le emergenze solo con i volontari. Inoltre: ci vuole un coordinamento tra le forze in campo.

Scrivo queste tristi righe davanti all’oceano, con un maglione addosso. Sono pieno di dolore e di rabbia. Sono lontano dal mio, dal nostro Carso. Brucia perché lo abbiamo separato dalla città. Lo abbiamo considerato altra roba. Per qualcuno addirittura una discarica, per altri un luogo in cui al limite andare in osmiza o solo a correre. Mentre il Carso, il Kras è il cuore pulsante della Venezia Giulia, della Primorska,del Künsterland – chiamate come volete la nostra terra, ci siamo capiti. È la nostra arteria aorta. Cambiate la lingua, rimane una aorta.

Da più di dieci anni porto le persone a camminare nelle nostre terre. Vengono dall’Italia e dall’estero. Iniziamo sempre a camminare in città e alla città torniamo. Perché? Mi chiedono. Perché il selvatico, rispondo, inizia in piazza Unità. Selvatiche sono le nostre case, selvatici siamo noi. Abbiamo il calcare in faccia, anche se non lo sappiamo. La bora in testa, i grembani li gavemo in boca.

Oggi che siamo isolati, che non possiamo imboccare una strada con l’automobile o prendere un treno, vi chiedo disperatamente di riflettere sui nostri errori. Abbiamo espulso il Carso dalla città, lo abbiamo trattato con sufficienza, non lo abbiamo curato – non lo abbiamo amato, ostia! E lui oggi si vendica. Alcuni di noi no, lo hanno amato e venerato, ma siamo una minoranza. Non è stato sufficiente. Siamo troppo pochi.

Potremmo ricominciare da qui: apriamo una Casa del Carso in centro, a pochi passi da piazza Unità e dal mare. Un luogo in cui spiegare – in italiano, in sloveno, in tedesco, in inglese, in quante lingue volete – la nostra anima selvatica. A chi abita qui, ai forestieri. Ai bambini, prima di tutto, affinché siano carsici prima ancora di saper parlare.

Facciamo pace col selvatico. Viva il Carso, sempre.