Padova, mamma in condizioni disperate salvata grazie alla doppia circolazione extracorporea
PADOVA. «Stavo ricevendo la prima dose di vaccino quando mi è arrivata una telefonata dall’ospedale di Trieste. Ci chiedevano di accogliere una quarantenne Covid in condizioni disperate per sottoporla a ecmo. Aveva partorito da quindici giorni. Se non fosse stato per l’età, le sue condizioni sarebbero state al di là dei criteri richiesti per sottoporla alla terapia. Lì con me c’era l’ex direttore Donato. Gli dissi: cosa faccio? Mi rispose: prendila».
In quel momento il professor Paolo Navalesi, direttore dell’Istituto di Anestesia e Rianimanzione dell’Azienda Ospedale Università, ha riscritto la storia di quella donna e della sua famiglia: era il 27 dicembre e mentre l’Europa si apriva al vaccino, pregustando la fine di un incubo, ecco che la vita di una madre andava in frantumi proprio per colpa di quel male.
«Non mi era mai capitato un caso del genere» ricorda. L’ecmo è una tecnica di circolazione extracorporea utilizzata in rianimazione come in questo caso per ossigenare il sangue mettendo i polmoni a riposo.
«Avrei dovuto escluderla perché era stata sottoposta a ventilazione meccanica più a lungo di quanto previsto dai criteri di idoneità, ma ho fatto un’eccezione, aveva un bimbo appena nato» rivela Navalesi «siamo esseri umani e facciamo scelte che pesano».
Eppure, una volta sconfitto il Covid, il destino non aveva ancora finito di accanirsi con la neomamma: «La stavamo ritrasferendo a Trieste, quando ha avuto una setticemia da batterio molto pericolosa» prosegue il professor Navalesi che plaude al suo gruppo di lavoro, giovane e motivato, guidato dal dottor Serra.
«La vera decisione è stata sottoporla di nuovo a ecmo, questa volta per una patologia diversa» prosegue «si è trattato di un caso unico: non ne ho trovato in letteratura un altro simile. Ho una vasta esperienza ma una cosa del genere non mi era mai capitata: è come se avessimo allineato due pianeti infilandoci in mezzo».
Dopo due mesi di degenza, la donna è tornata a casa dove ha potuto abbracciare il suo piccolo Arturo, senza conseguenze. Prima dell’arrivo della pandemia il professor Navalesi aveva partecipato a un lavoro proprio sull’uso di supporti extracorporei: «Su 10 casi della seconda ondata 9 ne sono usciti bene. L’ultima è una donna di 36 anni di Dolo. Una delle proposte che vorrei fare alla Regione è ridisegnare la rete ecmo per renderla europea. È un indicatore di eccellenza del sistema sanitario». —
