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Январь
2021

Piero Fassino e il Pci: «Quella scissione è un monito per il futuro»

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Piero Fassino, deputato, già segretario dei Ds, autore di "Dalla rivoluzione alla democrazia. Il cammino del partito comunista italiano 1921-1991" assiste sconsolato alle convulsioni nella maggioranza. «Eppure il centenario della nascita del Pci che celebriamo in questi giorni dovrebbe metterci in guardia. E’ il monito che quando i progressisti si dividono spianano la strada alle destre».

Facciamo un passo indietro, di cento anni. Livorno, 21 gennaio 1921.

«Il Partito Socialista aveva vinto le elezioni del 1919 con il 32%, c’era un grande consenso e questo autorizzava a pensare che quella forza portasse automaticamente all’obiettivo che era comune a tutto l’universo socialista: la rivoluzione."Fare come in Russia" si diceva allora. Ma l’approccio fu velleitario, la rivoluzione veniva evocata, senza però porsi la domanda se davvero esistessero le condizioni per farla. Si arrivò così al congresso di Livorno che manifestò l’incapacità del Partito Socialista di padroneggiare la situazione. Non vi fu nessuna riflessione su ciò che stava avvenendo nella società italiana: il neocostituito Partito Popolare e la sua rappresentanza del mondo cattolico, il movimento fascista e il blocco conservatore e reazionario che Mussolini stava aggregando, la reazione dei ceti medi impauriti da una prospettiva rivoluzionaria, le contraddizioni manifestatesi nelle lotte operaie del biennio rosso.La scissione fu figlia di un’impostazione settaria che individuava nei socialisti il principale avversario, mentre il fascismo si organizzava e conquistava anche gli strati popolari. Come scrisse Gramsci nel 1924, "fummo anche noi parte della generale dissoluzione"».

Fatte le debite proporzioni, come non vedere analogie con la situazione attuale... Un fronte di centrosinistra rissoso che apre la strada alla destra, favoritissima in caso di elezioni.

«Appunto. Il centenario del Pci dovrebbe indurci a non ripetere l’errore di dividersi. Un monito. Ricordo che dopo la scissione di Livorno, le divisioni nel Psi continuarono tra massimalisti e riformisti, fino all’espulsione di Matteotti e Turati a poche settimane dalla Marcia su Roma».

Il Partito Comunista non esiste più da trent’anni ma se ne parla ancora...

«Se ne parla anche con una punta di rimpianto. E’ il riconoscimento di un dato storico: il Pci è stato protagonista della vita dell’Italia. Nato per fare la rivoluzione è divenuto via via un costruttore della democrazia. Lo ha fatto lottando nella clandestinità contro la dittatura, nella Resistenza, nella scrittura della Costituzione e nella costruzione della Repubblica. E quando la democrazia è stata aggredita dallo stragismo e dal terrorismo, è stato baluardo a difesa dello Stato. Una delle eredità che ci lascia il Pci è che un partito deve assolvere a una "funzione nazionale", stabilendo sempre una coerenza tra gli interessi che rappresenta e l’ interesse generale. Il Pci, come la Dc, è stato in grado di farlo. Ma i partiti di oggi ? E poi il lascito dei valori: libertà, giustizia, solidarietà, uguaglianza sono necessari anche nel mondo globale e nella società del web e richiedono che vi sia chi quei valori rappresenta e afferma. Il Pci quei valori li fece vivere in milioni di persone. Ripeto la domanda: e i partiti di oggi?»

Il Pci è stato anche la prima organizzazione veramente di massa...

«Sì, all’indomani della Liberazione Togliatti cambia il Pci: non più di quadri, ma di massa, con due milioni di iscritti e radicamento capillare, ben rappresentato dallo slogan "una sezione a fianco di ogni campanile". Un’idea di partito in cui i cittadini non erano destinatari passivi della politica, ma ne diventavano protagonisti attivi. Le sezioni, il tesseramento, le feste dell’Unità, tutto andò a costruire un modello che è poi stato assunto anche dagli altri partiti. Ricordo che mentre mi recavo ad una Festa dell’Unita in provincia di Ferrara , vedendo in lontananza delle luci chiesi: ma è quella? Chi mi accompagnava rispose che quella lì era la "Festa dell’Unità dei Repubblicani". Di una forma-partito che consenta ai cittadini di essere protagonisti c’è bisogno anche oggi».

Se fosse stato un delegato del congresso del 1921, come si sarebbe comportato?

«Sarei andato al teatro San Marco con i comunisti, ma avrei sostenuto le ragioni dell’unità, invitando a non considerare i socialisti i nostri nemici. Quando ci si divide si perde o comunque si è più deboli. L’arco parlamentare riconducibile alla sinistra italiana, dal Pri al Pdup, dal 1946 fino al 1992, è sempre stato sopra il 45% e talvolta ha superato il 50%, ma non ha mai governato perché era una somma aritmetica, ma non un’alleanza politica». --© RIPRODUZIONE RISERVATA