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Январь
2021

Pierluigi Castagnetti e il Pci: "Competizione crescente e collaborazione"

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«Cos’è rimasto della storia del comunismo? La consapevolezza di un grande fallimento decretato non dalla politica, ma dalla storia: il 1989, con la caduta del muro, è la data della sentenza». Il giudizio è netto. Così come il riconoscimento di una lezione da affidare alla storia, che consiste «nel tentativo dei comunisti italiani di intraprendere una via originale, utile e preziosa per lo sviluppo della democrazia del nostro Paese». Pierluigi Castagnetti, ex vicepresidente della Camera, è stato l’ultimo segretario Ppi, il Partito popolare italiano che raccolse la tradizione della Dc. Una carriera istituzionale vissuta da antagonista al Pci, partendo da quell’Emilia che, al pari della Toscana, è cresciuta sotto il mito delle regioni rosse. «Della storia del comunismo italiano è rimasta anche la consapevolezza, riconosciuta dallo stesso Umberto Terracini, che nel ’21 la scissione fu un errore. Non si dimentichi che, se non avesse subito la scissione, il Partito Socialista aveva una forza parlamentare tale da poter ipotizzare un’alleanza con i popolari per fermare Mussolini almeno in Parlamento».

Castagnetti, una storia nata da una scissione e finita nelle scissioni. È stato il limite del comunismo in Italia?

«Nonostante avesse realizzato un proprio percorso originale, il Pci è rimasto sempre molto ideologico. Quando c’è ideologia, il dibattito interno ha sempre il rischio di derive integraliste. Per fortuna le ideologie sono scomparse, ma purtroppo anche i valori ed è molto grave. La politica senza ideali e idee non ha respiro. È la difficoltà della fase attuale».

In cosa è consistito questo percorso originale?

«La Resistenza, il ruolo nell’Assemblea costituente, il ruolo di Togliatti dopo la svolta di Salerno, con il discorso fatto a Reggio Emilia, "Emilia rossa e ceti medi", dove è stata segnata l’indicazione di una strada: un tentativo in buona parte riuscito di individuare un percorso originale che rappresenta un elemento importante nella storia italiana. Con quel discorso, spesso dimenticato, Togliatti indicava a comunisti e ceti produttivi emiliano-romagnoli di assumere la sfida del capitalismo. È lì che nasce la tradizione della cultura di governo locale dei comunisti, e dunque delle regioni rosse, dall’accettazione di quella sfida».

Per chi non era comunista, cosa significava fare politica in una regione rossa?

«È significativo che in queste terre il maggior partito di opposizione abbia espresso leadership importanti, a partire da Giuseppe Dossetti. Penso a ministri come Medici o Andreatta, a presidenti del Consiglio come Prodi, a segretari nazionali come Casini o più modestamente il sottoscritto. Tanta classe dirigente è nata qui perché la qualità dell’impegno dei comunisti induceva i cattolici a una selezione rigorosa. C’era competizione, sin dagli anni ’50, con momenti sempre più numerosi di collaborazione».

Pensa al compromesso storico, fra i momenti più alto della storia del Pci?

«Sicuramente. La svolta berlingueriana ha fatto fare un passo in avanti al percorso dell’indipendenza dall’Unione Sovietica: un percorso che non ha avuto la forza dell’opzione finale, quella social-democratica, arrivando poi al 1989 senza che questa svolta fosse compiutamente realizzata. A Berlinguer ha corrisposto la proposta di Aldo Moro di solidarietà nazionale. I due leader chiamavano quella fase in modo diverso: per i comunisti era un compromesso; per Moro voleva dire mettere insieme diversità. Nell’ipotesi comunista c’era la possibilità di un incontro, in quella di Moro il riconoscimento di diversità che si mettevano insieme per affrontare l’emergenza del Paese, in quel periodo attraversata da centinaia di morti per stragi e terrorismo. Non ci si deve stupire che due grandi forze popolari che hanno dato vita alla carta costituzionale si siano trovate per affrontare un’emergenza straordinaria. Oggi si fa fatica a individuare nei discorsi delle forze politiche il valore dell’unità nazionale. Era un patrimonio maggiore, oggi visto con diffidenza».

Quali sono i personaggi del Pci che ricorda con maggiore affetto?

«Non posso non ricordare Macaluso. Sul piano istituzionale, credo che debbano essere ricordati Nilde Iotti, che ho avuto l’onore di conoscere da vicino e che considero la migliore presidente della Camera della storia della Repubblica, e Giorgio Napolitano. Da presidente della Repubblica, ha lavorato per costruire e riprendere il senso di un patriottismo democratico, basato sui principi fondanti e costituzionali, come indicato anche da Ciampi. La strada su cui sta procedendo anche Sergio Mattarella». --© RIPRODUZIONE RISERVATA